Abbazia Greca di San Nilo

Corso del Popolo, 128  – 00046 Grottaferrata (Rm) – tel. +39 06 9459309

 

L’abbazia di San Nilo è il monumento più famoso e visitato di Grottaferrata. Non è solo un’eccezionale opera architettonica ma anche un simbolo cittadino, Grottaferrata infatti si è sviluppata partendo proprio da questo antico luogo religioso. Ricca di storia, conserva al suo interno libri rarissimi e reperti inestimabili. Certamente merita di essere visitata, lentamente e godendo della sua tipica atmosfera di pace, come se si facesse un salto nel tempo.

 

 

ORARI E VISITE GUIDATE

Da lunedì a sabato ore 9.00 – 12.00; ore 15.30 alle ore 19.00 (ingresso libero)

Le visite guidate sono gratuite e curate da volontari del Gruppo Archeologico Latino “Bruno Martellotta”. Per prenotazioni chiamare il numero 340/9619736.

STORIA

È stata fondata nel 1004 dal santo a cui è dedicata, cinquant’anni prima dello scisma fra la Chiesa cattolica ed ortodossa. L’abate Nilo, nato nella Calabria bizantina e quindi greco di origine e di rito, fondatore di vari monasteri, decise di fondare un monastero sui colli di Tuscolo, sui ruderi di una grande villa romana, dove sembra gli sia apparsa la Madonna. L’abbazia non venne vista compiuta da Nilo, poiché questi morì a Tusculum l’anno successivo al suo arrivo nell’attuale zona di Grottaferrata. I lavori vennero terminati sotto il controllo di san Bartolomeo, cofondatore dell’abbazia. Le reliquie di Bartolomeo si dovrebbero ancora trovare nell’abbazia, anche se non sono state ritrovate assieme a quelle di Nilo.

I primi archimandriti dell’abbazia dopo san Nilo, che non fu mai egumeno, furono Paolo, Cirillo e san Bartolomeo il Giovane: sotto la loro guida l’abbazia si arricchì di decorazioni, di ricchezze e di possedimenti: in breve, da Grottaferrata dipesero ventidue chiese succursali sparse in tutta l’Italia centro-meridionale. Solo pochi anni dopo la sua fondazione, il monastero ospitava già circa 200 monaci basiliani, e le continue donazioni portarono l’archimandrita a controllare territori vastissimi in Lazio e nel Sud Italia: i feudi campani di Rofrano nella diocesi di Policastro e di Conca della Campania nella diocesi di Caserta, i castelli laziali di Castel de’ Paolis nella diocesi suburbicaria di Albano e di Borghetto di Grottaferrata nella diocesi suburbicaria di Frascati, i casali calabresi di Cotrone, Ungolo e Baracala nell’arcidiocesi di Cosenza, le rettorìe di Diano attuale Teggiano e Saxano nella diocesi di Capaccio, le grangie di San Salvatore nella diocesi suburbicaria di Albano e di Colle Peschio nella diocesi suburbicaria di Velletri ed il monastero di Morbino nella diocesi di Venosa. L’abbazia inoltre ottenne da molti papi il riconoscimento della propria autonomia rispetto ai cardinali vescovi della diocesi suburbicaria di Frascati.[3] Nel 1462 il cardinale Bessarione fu nominato primo abate commendatario dell’abbazia.

A partire dal XVII secolo, ma in particolare tra la fine del XVIII secolo e tutto XIX secolo, l’abbazia ha vissuto un momento decisivo di rifioritura spirituale, con molti monaci provenienti dalle colonie albanesi d’Italia, gli arbëreshë praticanti il rito orientale (dalle comunità di Sicilia e Calabria). Questi monaci, nel solco della fede orientale, hanno mantenuto vivo il rito bizantino, sopprimendo il pericolo nell’ormai secolare tracollo rituale. I monaci italo-albanesi sostituirono la vecchia guardia latina e latinizzante che aveva preso ampio spazio a Grottaferrata, contribuendo alla rinascita della Badia e diventando notevoli paleografi, liturgisti e musicologi, nonché tra i principali albanologi e bizantinisti del periodo.

Molti dei suoi più illustri monaci, jeromonaci e archimandriti sono italo-albanesi: Lorenzo Tardo, Sofronio Gassisi, Cosma Buccola, Bartolomeo Di Salvo, Gregorio Stassi, Paolo Matranga, Basilio Norcia, Nilo Borgia, Marco Petta, Nicola Cuccia dalla Sicilia albanese; Saba Abate, Teodoro Minisci, Stefano e Valerio Altimari, Nilo Somma, Emiliano Fabbricatore dalla Calabria albanese. Questi stessi monaci furono promotori di un attento ecumenismo tra Chiesa d’occidente e Chiesa d’oriente, con missioni di pace e ri-cristianizzazione di territori nei Balcani passati, durante la dominazione turca, all’Islam, in particolare in Albania.[7] Gli effetti di questa missione, accolta generalmente in modo positivo dagli albanesi, aveva velocemente creato uno stretto ponte religioso e culturale tra le comunità albanesi d’Italia e d’Albania, con la rinascita della Chiesa cattolica bizantina albanese e l’ordinazione di diversi sacerdoti. Tra questi si distinse il martire e santo dell’Albania, che ha amato le comunità arbëreshë, Papàs Josif Papamihalli (1912-1948), testimone ed apostolo della fede cristiana orientale, perseguitato, arrestato, condannato ai lavori forzati e ucciso durante la dittatura comunista d’Albania. Egli si era formato nel pontificio Seminario italo-albanese “Benedetto XV” di Grottaferrata e, il 1 dicembre 1935, ordinato presbitero cattolico di rito bizantino-greco per la sua terra natia da mons. Giovanni Mele, vescovo di Lungro, nella chiesa di S. Atanasio a Roma.

La Santa Sede ha elevato a monastero esarchico il cenobio di Grottaferrata nell’anno 1937, aggiungendola come terza circoscrizione dalla Chiesa Italo-Albanese insieme alle già presenti eparchie di Lungro e Piana degli Albanesi, raggiungendo così, grazie alla presenza nella badia di monaci provenienti da famiglie delle comunità albanesi d’Italia, la piena osservanza del rito bizantino. Nel 2004 è ricorso il millenario della fondazione dell’abbazia di Santa Maria di Grottaferrata: per l’evento sono stati organizzati numerosi eventi, la Città del Vaticano ha emesso una cartolina postale speciale e Poste Italiane ha diffuso un francobollo ed un annullo speciale figurato dedicati a san Nilo da Rossano ed all’abbazia.

Fonte: Wikipedia

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